|
La mostra d'arte è stata inaugurata il 20.11.2005 a Udine, Palazzo del Torso, con la presentazione di Vittorio Sgarbi.
30 le opere (il formato va da cm 80x120 a cm110x165)
30 le casalinghe co-protagoniste (rappresentano le 3000 donne, dai 21 ai 64 anni, provenienti da tutta la provincia italiana, ma anche da Francia, Austria, Germania, Svizzera e Spagna, che si sono presentate ai provini per questo evento). Autore: Gianfranco Angelico Benvenuto
Esposizioni:
• 13 > 16 aprile 2007 - Verona (Palazzo Gran Guardia, apertura dalle 10.00 alle 20.00) In anteprima internazionale gli scatti della performance OFFERTA SPECIALE "CITTADINANZA ITALIANA" • 11 > 13 novembre 2006- Merano /BZ • 21 ottobre 2006- Abano Terme • 18 ottobre 2006 -Vienna • 16 ottobre 2006 - Monaco • Fine agosto 2006- Budapest • 21 > 23 maggio 2006 - Napoli (Fiera d’oltremare) • 15 maggio 2006 - Amburgo • 25 aprile 2006 - Lussemburgo • 21 > 23 aprile 2006 - Palermo (MediArte, Fiera Palermo) • 16 > 19 marzo 2006 - Londra (La Dolce Vita, Grand Hall Olympia Exhibition Centre) |
![]() |
13 > 16 APRILE 2007 (Verona, Palazzo Gran Guardia) In anteprima internazionale, gli scatti della performance OFFERTA SPECIALE "CITTADINANZA ITALIANA"
"Dialoghi" con Giorgione, Tiziano, Velázquez, Cagnacci, Courbet, Degas, Manet, Ernst, Macke, Picasso, de Chirico, Chagall, Dalí, Warhol, Bacon, Lucian Freud e Magritte, provocati dall’obiettivo di Gianfranco Angelico Benvenuto.
Una sorprendente commistione fra le pennellate di mostri sacri della pittura e l’espressività interpretativa di donne "comuni".
Vittorio Sgarbi
Guarda la presentazione La Biennale di Venezia, che dovrebbe indicare i nuovi percorsi dell’arte, ignora gli italiani e dà il maggior rilievo ad un maestro del Novecento, Francis Bacon, mostro sacro, ma scomparso da oltre tredici anni, per cui rappresenta il passato, non il presente. Forse è stata la frettolosa controffensiva alla retrospettiva del principale pittore figurativo vivente, Lucian Freud, al Museo Correr di Venezia. Il ministro Buttiglione ha osservato che la Biennale non affronta i problemi del presente come, ad esempio, l’uso dell’embrione umano e/o del feto. Fatto salvo qualche solitario artista, per i più qualificati critici la Biennale non offre altro che squallore. Non l’estetica dello squallore, non il gusto della sua rappresentazione interiorizzata, meditata. No. Solo la banalità più trita. Al massimo offre brandelli di senso buttati lì senza senso, con la pretesa di farti pesare una inadeguatezza che invece è tutta loro, e che la persona comune subisce, vergognandosi di manifestare un’ignoranza che non è tale. "Bisogna uscire dal quadro" è l’imperativo dominante. No, loro, le "casalinghe", vogliono entrarci. Non riescono ad accettare l’autismo di chi non sa più dialogare con i colori, non sa farli parlare. L’idea, l’emozione non possono essere soffocate solo in installazioni, in contundenze, in materie asettiche e in scorie, quando va bene, per non parlare delle più svariate materie organiche. E non si tratta del fascino baudelairiano del ripugnante come accesso alla bellezza: al posto dell’autoironia romantica, che un tempo colmava la distanza tra il sublime e l’abisso, c’è il cinismo autoreferenziale. Tutto nasce da una boutade di Marcel Duchamp, il grande ironico distruttore delle forme tradizionali di espressione artistica. Duchamp, non riuscendo ad emergere come avrebbe voluto nel neoimpressionismo, nel fauvismo, nel cubismo, ecc., nel 1917 con lo pseudonimo di R. Mutt espose in una grande mostra un orinatoio che chiamò fontana. La società dell’epoca si scandalizzò, poi a qualcuno scappò: "Ma questa è arte!". Duchamp colse la palla al balzo, si presentò col suo volto e affermò che per il fatto stesso che lui, artista, aveva operato la scelta di un oggetto, sottraendolo alla sua destinazione d’uso, questo, a sua volta, era diventato un’opera d’arte. Ma doveva restare la boutade di una snobistica e provocatoria scaramuccia di retroguardia, di "cazzeggio alto" come vorrebbe il lessico contemporaneo; così come doveva restare una boutade l’inscatolamento della Merde d’Artiste di Piero Manzoni. Ormai è risaputo che l’arte contemporanea si è sbarazzata del concetto di bellezza. Tutto è arte. Ma, più che alla democrazia della bellezza, siamo all’indifferenza per la bellezza. Parlare di bellezza nell’arte oggi significa parlare contro la contemporaneità. A un’arte che aveva qualcosa da documentare era seguita l’evoluzione di un’arte che aveva qualcosa da dire, ma il futuro dell’arte sembra svilirsi in "artisti" che hanno solo qualcosa da riciclare e da vendere in quantità industriale. Le casalinghe (nell’accezione di donne che nulla hanno a che fare col mondo sempre più virtuale dello spettacolo e/o della moda) non ci stanno, hanno lasciato i panni domestici accanto al focolare (angolo cottura) e son partite all’incontro con i colori. Altro che massaie dalle ginocchia da lavandaia! Alla domanda: - Fra due secoli, cosa resterà di quest’arte, di un fil di ferro arrugginito che penzola nel vuoto? - "Solo spazzatura…", han risposto desolate con la saggia lungimiranza dell’antico concetto della serva; e ancora: "non può essere questo il futuro dell’arte. Questo è forse solo uno specchio dei valori familiari frantumati nella democraticissima America dove, al posto del nostro medico di base, pare ci sia lo psicologo di famiglia, perché le persone non sanno più ascoltarsi nemmeno tra intimi; dove operano a tutto campo i collezionisti che tirano le fila del mercato internazionale dell’arte". Così con Gianfranco Angelico Benvenuto, che le ha pungolate, dirette e fotografate senza veli durante la performance, le donne della porta accanto hanno impastato e amalgamato tavolozze di colori e hanno reinterpretato a modo loro, con dissacrante sarcasmo, partendo proprio da Francis Bacon e Lucian Freud, i maestri del passato. Convinte che resti sempre il volto umano, o per paradosso la sua assenza, a rappresentare l’arte, armate di una buona dose d’ironia (q.b.), hanno cercato di "dialogare" anche con Giorgione, Tiziano, Velázquez, Cagnacci, Coubert, Manet, Degas, Ernst, Macke, Picasso, de Chirico, Chagall, Magritte, Dalí e Warhol. Ne è uscito un sorprendente e intrigante evento-provocazione, un’opera di decostruzione del servilismo pseudo-culturale e di umile ricerca del mistero arte-umanità. Gianni Liani |